Pillole di Semplice Felicità per te!

Salve Anima che leggi,

finalmente ci siamo! Sono arrivate. Sono disponibili anche in formato fisico.

Come cosa?

Le Pillole di Semplice Felicità!

Il nuovo StranuLibro di Nofrius… quell’Essere Buffo che se la Racconta Giusta 🙂

La presentazione ufficiale, ma non l’unica, sarà ad Alcamo il 20 Giugno ore 18:30 nel bellissimo centro storico, al Collegio dei Gesuiti. Sarà uno degli eventi culturali di spicco dei festeggiamenti della in onore della Madonna Maria SS. dei Miracoli di Alcamo.

Perché i miracoli, aldilà del credo religioso, accadono se hai fede che avvengano.

La Vita, come la Creatività, è un dono.

Come tale va condivisa. Soprattutto nella Gioia.

Tanta Luce.

Libro Pillole di Semplice Felicità, Nofrius, Alcamo, festa M. SS. Miracoli

https://www.lafeltrinelli.it/libri/nofrius/pillole-semplice-felicita/9788832126037

Lamentele Stop

Abbiamo tutti i nostri problemi, le nostre sfide.

I nostri mostri divora Energia.

Potremmo tutti lamentarci di ciò che non va, della nostra salute, dei nostri dolori.

Tutti convinti di avere massi meno leggeri rispetto agli altri.

Massi che per noi, diventano montagna.

Il fatto è che la montagna vista da vicino è più grande.

La propria montagna di cose che non vanno per il verso giusto, è proprio più grande rispetto a quella altrui in lontananza.

Possiamo però scegliere.

Possiamo scegliere di smettere di lamentarci ed evidenziare ogni nostro malanno.

Possiamo scegliere di spostare la nostra Energia vitale anche su altro.

Lo so! Non è facile.

E’ sicuramente più comodo il sentiero del lamento continuo piuttosto che quello del canto.

Più sensuale quella del mantra del brontolio che quella del suono di un pacifico silenzio.

Ma la salute ne risente.

Tutto è Co-Cocreativo. Soprattutto lo stato PsicoAnimoFisico.

Scegliamo di dare più attenzione a ciò che è bello attorno a noi.

Come? Raccontandocela Giusta!

Facendo molta più attenzione a cosa diciamo più spesso, in maniera da stoppare le lamentele e sostituirle con sorrisi.

Sembra strano, incredibile, ma se pensi positivo, sarà la montagna a diventare più piccola.

Un grosso abbraccio cara Anima che leggi.

Nofrius

Pillole di Semplice Felicità

Autostima e Amore

1 Auto amore e autostima

Amare se stessi, secondo me, vuol dire pensare a se stessi come ad una persona importante. Si tratta di dimostrarsi amore e autostima in modo pratico e con parole d’incoraggiamento.

Cosa faccio io ? Cerco di evitare di dirmi parole negative e cerco di indirizzare verso me stesso, parole d’incoraggiamento.

Di sciuro dirsi, sono un fallito/a o un buono a nulla, serve veramente a poco.

Ma dirsi, per esempio:”Posso fare meglio la prossima volta” è di sicuro una espressione più dolce, nei propri confronti.

Piccolo metodo che uso: Ascolto le parole che mi dico e cerco di dialogare con loro. Se sono parole o frasi troppo dure, cerco dolcemente di metterle in discussione.

2 Auto accettazione e autostima: Accettare le due facce della medaglia

Una delle piu grandi sfide per accettare noi stesi con successo e acquistare una buona autostima, consiste nell’accettare le due facce della medaglia del nostro carattere.

Si tratta di un’accettazione incondizionata, che porta a un’affermazione di noi stessi. Quando riconosciamo i nostri punti deboli e le nostre capacità riusciamo a vivere piu serenamente.

Per riuscire ad ottenere una buona autostima, dobbiamo accettare il fatto di essere imperfetti e renderci conto che l’imperfezione è una parte importante di noi stessi. Anzi nella comicità e nell’umorismo vengono utilizzate per farsi una sana risata.

Il desiderio di migliorare, comunque, è senza dubbio sano e legittimo, ma attenzione al perfezionismo. Ti posso assicurare che il perfezionismo, per esperienza personale che è il più grande intralcio alla propria realizzazione personale. Per esempio, cosa che succede spesso anche a me, per amore di perfezionismo mi inchiodo per settimane nella scrittura degli articoli, con la conseguenza i vari progetti rimangono fermi.

Quindi quello che faccio è di rendermi conto delle parole troppo dure e le scrivo nel diario cosi da aumentare la mia consapevolezza interna.

3 Auto fiducia: ovvero credere nelle nostre capacità e aumentare la propria autostima.

Credere in te stesso significa, sviluppare un senso di certezza nelle nostre capacità. Sapere di essere quel tipo di persona che può farcela, nonostante tutte le possibili difficoltà che si presentano nella vita.

Per fare questo, io ho un mio quaderno personale, dove appunto tutti i giorni i mie piccoli successi. Segno e scrivo le piccole situazioni, perché è da li che riesco a costruire la vera autostima personale.

Per esempio: “Sono riuscito a finire un’articolo con successo. Sono riuscito a terminare un corso. Ho portato a termine un lavoro gravoso.”

Bastano due minuti al giorno. Questa semplice tecnica è come un piccolo mattoncino, per costruire la grande casa dell’autostima.

4 Auto controllo: Ovvero mi assumo la responsabilità dei miei comportamenti

L’autostima e l’autocontrollo vanno di pari passo. L’autocontrollo è la capacità di tenere a bada gli impulsi e le reazioni istintive.

In relazione all’autostima, controllare se stesso, significa saper che si ha la possibilità di scegliere i comportamenti, sulla base delle emozioni che ti arrivano.

Il giro dei 99: rincorriamo sempre qualcosa che abbiamo già a sufficienza

Condivido questa bella scoperta tratta dal libro di JORGE BUCAY
LASCIA CHE TI RACCONTI: Storie per imparare a vivere. Edito Bur.Rizzoli

Il giro del novantanove

 

«Perché, gordo? Perché non si può mai stare tranquilli?»

«Eh?»

«Sì, a volte ci penso. Il rapporto con Gabriela va

benissimo, molto meglio che in altri tempi, ma non è mai

come vorrei. Non lo so. Manca di fuoco, di passione o

divertimento. In università succede qualcosa di analogo:

vado a lezione, imparo, mi presento agli esami e li

supero. Ma non è completo. Sento che mi manca la

soddisfazione, il piacere quotidiano di sapere che studio

quello che mi piace. E lo stesso mi succede sul lavoro. Ci

sto bene e mi pagano un buon stipendio, ma non quanto

vorrei guadagnare.»

«E ti succede sempre così?»

«Mi pare di sì. Non posso mai tirare il fiato e dire, be’,

adesso sì, va tutto bene. Mi succede lo stesso con mio

fratello, con gli amici, con i soldi, con le mie condizioni

fisiche… Con tutto quello che mi interessa.»

«Qualche settimana fa, quando eri preoccupato per la

situazione a casa tua, non ti succedeva lo stesso?»

«Credo di sì, ma c’erano preoccupazioni più grandi che

nascondevano questi problemi. Il problema di oggi in un

certo senso è un “lusso”, è quello che darebbe un senso di

pienezza a tutto quanto.»

«Insomma, la tua preoccupazione comincia quando i

grandi problemi spariscono.»

«Proprio così.»

«Il che vuol dire che questo problema si presenta

quando non hai problemi.»

«Che cosa?»

«Certo, quando le cose vanno meglio.»

«Be’… sì.»

«Dimmi, Demián, come ti senti ad ammettere che hai

un problema che si presenta soltanto quando le cose

vanno meglio?»

«Mi sento uno stupido.»

«Le cose sono come sono» disse il gordo. «È da tanto

che non ti racconto una storia di re.»

«È vero.»

«C’era una volta un re, diciamo, classico.»

«Che cos’è un re classico?»

«Un re classico, in una storia, è un re molto potente, che

ha una grande fortuna, un bel palazzo, cibi succulenti a

disposizione, belle mogli e possibilità di fare tutto quel

che gli garba. Eppure non è felice.»

«Ah…»

«E più la storia è classica, più il re è infelice.»

«E questo re… quanto era classico?»

«Molto classico.»

«Poverino.»

C’era una volta un re molto triste che aveva un servo, e questo servo, come

ogni servo di re triste, era molto felice.

Ogni mattina svegliava il re e gli portava la colazione canticchiando allegre

canzoncine dei trovatori. Aveva sempre un grande sorriso sul volto disteso,

e nei confronti della vita un atteggiamento sereno e felice.

Un giorno il re lo fece chiamare.

«Paggio» disse «qual è il tuo segreto?»

«Quale segreto, maestà?»

«Qual è il segreto della tua allegria?»

«Non c’è nessun segreto, maestà.»

«Non mentire, paggio. Ho fatto tagliare teste per offese meno gravi di una

menzogna.»

«Non vi sto mentendo, maestà. Non ho nessun segreto.»

«Perché sei sempre felice e allegro? Eh? Perché?»

«Signore, non ho motivo di essere triste. La vostra maestà mi onora

consentendomi di servirvi. Con mia moglie e i miei figli vivo nella casa che

ci è stata assegnata dalla corte. Ci forniscono cibo e vestiti e inoltre la

vostra maestà ogni tanto mi premia con qualche moneta e possiamo levarci

qualche capriccio. Come potrei non essere felice?»

«Se non mi dici subito il tuo segreto, ti farò decapitare seduta stante» disse

il re. «Nessuno può essere felice per le ragioni che hai detto.»

«Ma maestà, non c’è nessun segreto. Desidero soltanto compiacervi, non vi

sto nascondendo nulla.»

«Va’ via, va’ via prima che chiami il boia!»

Il servitore sorrise, fece una riverenza e uscì dalla stanza.

Il re era come impazzito. Non riusciva a spiegarsi per quale motivo quel

paggio fosse così felice vivendo di cose prese in prestito, indossando vestiti

dismessi e nutrendosi degli avanzi dei cortigiani.

Quando riuscì a calmarsi, chiamò il consigliere più saggio e gli raccontò la

conversazione di quella mattina.

«Perché quell’uomo è felice?»

«Ah, maestà, il fatto è che lui è fuori dal giro.»

«Fuori dal giro?»

«Esatto.»

«E questo lo rende felice?»

«No, signore. Questo non lo rende infelice.»

«Vediamo se ho capito. Stare nel giro ti rende infelice?»

«Esatto.»

«E lui non è dentro al giro.»

«Esatto.»

«E come ha fatto a uscire?»

«Non è mai entrato.»

«Ma di che giro si tratta?»

«Il giro del novantanove.»

«Non ci capisco niente davvero.»

«Potrai capirlo soltanto se lasci che te lo dimostri con i fatti.»

«E come?»

«Facendo entrare il tuo paggio nel giro.»

«Sì, costringiamolo a entrare.»

«No, maestà. Nessuno può essere costretto a entrare nel giro.»

«Allora dovremo tendergli un tranello.»

«Non ce n’è bisogno, maestà. Se gli diamo l’opportunità, ci entrerà da

solo.»

«Ma lui non si renderà conto che diventerà una persona infelice?»

«Sì, se ne renderà conto.»

«Allora non ci entrerà.»

«Non potrà evitarlo.»

«Dici che si rende conto dell’infelicità che proverà entrando in quel ridicolo

giro e ciononostante lo farà e non potrà più uscirne?»

«Esatto, maestà. Sei disposto a perdere un eccellente servitore per poter

capire la struttura del giro?»

«Sì.»

«Molto bene. Stanotte verrò a prenderti. Devi avere preparato una borsa di

cuoio con dentro novantanove monete d’oro. Non una di più né una di

meno.»

«Che altro? Devo portarmi dietro anche le guardie?»

«Soltanto la borsa di cuoio. Ci vediamo stanotte, maestà.»

«Ci vediamo stanotte.»

Così fu. Quella notte il saggio andò a prendere il re. Insieme scesero di

nascosto nei cortili del palazzo e si nascosero vicino alla casa del paggio. E

lì attesero l’alba.

Nella casa si accese la prima candela. Il saggio legò alla borsa di cuoio un

foglietto con un messaggio che diceva:

Questo tesoro è tuo.

È il premio

Per essere un brav’uomo.

Goditelo

E non dire a nessuno

Come lo hai trovato.

Poi legò la borsa alla porta della casa del servo, bussò e tornò a nascondersi.

Quando il paggio uscì, il saggio e il re spiarono le sue mosse da dietro a un

cespuglio.

Il servitore aprì la borsa, lesse il messaggio, agitò il sacco e, sentendo il

suono metallico provenire dall’interno, venne percorso da un brivido,

strinse il tesoro contro il petto, si guardò intorno per controllare che

nessuno lo osservasse e rientrò in casa. Dall’esterno si sentì che il

domestico stava sbarrando la porta, e i due spioni si affacciarono alla

finestra per osservare la scena.

Il domestico aveva buttato per terra tutto quello che c’era sopra il tavolo,

tranne una candela. Si era seduto e aveva svuotato il contenuto della borsa.

I suoi occhi non credevano a quello che stavano vedendo.

Era una montagna di monete d’oro!

Lui che non ne aveva mai toccata nessuna, adesso ne aveva un’intera

montagna a sua disposizione.

Il paggio le maneggiava tutte e le ammucchiava. Le accarezzava e faceva in

modo che la luce della candela le facesse risplendere. Le metteva insieme e

le sparpagliava di nuovo, facendone tanti mucchietti. E così, a forza di

giocherellare, cominciò a fare dei mucchietti di dieci monete. Un

mucchietto di dieci, due mucchietti di dieci, tre mucchietti, quattro, cinque,

sei… E intanto faceva le somme: dieci, venti, trenta, quaranta, cinquanta,

sessanta… Fino a formare l’ultimo mucchietto… ed era di nove monete!

Dapprima indugiò con lo sguardo sopra il tavolo, alla ricerca della moneta

mancante. Poi guardò per terra e alla fine la borsa.

«Non è possibile» pensò. Accostò l’ultimo mucchietto a tutti gli altri e vide

che era più basso.

«Sono stato derubato!» gridò. «Sono stato derubato! Maledetti!»

Cercò di nuovo sopra il tavolo, per terra, nella borsa, tra i vestiti, nelle

tasche, sotto ai mobili… Ma non trovò quello che cercava.

Sopra il tavolo, quasi a prendersi gioco di lui, un mucchietto di monete

splendenti gli ricordava che aveva novantanove monete d’oro. Soltanto

novantanove.

«Novantanove monete. Sono tanti soldi» pensò.

«Ma mi manca una moneta. Novantanove non è un numero completo»

pensava. «Cento è un numero completo, novantanove no.»

Il re e il suo consigliere guardavano dalla finestra. La faccia del paggio non

era più la stessa. Aveva la fronte corrugata e i lineamenti irrigiditi.

Stringeva gli occhi e la bocca gli si contraeva in una orribile smorfia,

mostrando i denti.

Il servitore rimise le monete nella borsa e, guardando a destra e a sinistra

per non farsi vedere da nessuno in casa, nascose la borsa in mezzo alla

legna. Poi prese carta e penna e si sedette per fare i conti. Per quanto tempo

avrebbe dovuto mettere da parte i risparmi per comprarsi la moneta numero

cento?

Il servo parlava da solo, ad alta voce.

Era disposto a lavorare sodo pur di ottenerla. Poi magari non avrebbe avuto

più bisogno di lavorare. Con cento monete d’oro un uomo può smettere di

lavorare.

Con cento monete un uomo è ricco.

Con cento monete si può vivere tranquilli.

Finì di fare i suoi conti. Se lavorava e metteva da parte il salario e qualche

extra che magari gli davano, nel giro di undici o dodici anni avrebbe avuto

il necessario per comprarsi un’altra moneta d’oro.

«Dodici anni sono tanto tempo» pensò.

Magari avrebbe potuto chiedere alla moglie di cercarsi un lavoro in paese

per un po’ di tempo. E dopotutto lui finiva il lavoro a palazzo alle cinque

del pomeriggio, per cui avrebbe potuto lavorare fino a sera e ricevere una

paga extra.

Fece i conti: sommando il suo lavoro in paese e quello della moglie, in sette

anni avrebbe potuto mettere insieme il denaro sufficiente.

Era troppo tempo!

Magari avrebbe potuto portare in paese il cibo che avanzavano ogni sera e

venderlo per poche monete. In effetti, meno mangiavano, più cibo

avrebbero potuto vendere.

Vendere, vendere…

Iniziava a fare caldo. Perché ci volevano tanti vestiti d’inverno? Perché

avere più di un paio di scarpe? Era un sacrificio. Ma con quattro anni di

sacrifici avrebbe guadagnato la sua moneta numero cento.

Il re e il saggio ritornarono a palazzo.

Il paggio era entrato nel giro del novantanove…

Nei mesi successivi il servitore seguì i suoi piani così come li aveva

concepiti quella notte. Una mattina, il paggio entrò nell’alcova reale

sbattendo la porta, brontolando e di malumore.

«Che cos’hai?» chiese il re con belle maniere.

«Non ho niente, non ho niente.»

«Prima, poco tempo fa, ridevi e cantavi sempre.»

«Faccio il mio lavoro, no? Che cosa pretende la vostra maestà? Pretende

che faccia anche il buffone e il trovatore?»

Non passò molto tempo che il re licenziò il servitore. Non era piacevole

avere un paggio sempre di cattivo umore.

«E oggi, mentre parlavamo, mi ricordavo della storia del

re e del servitore.

Tutti quanti, me e te compresi, siamo stati educati con

questa stupida ideologia. Ci manca sempre qualcosa per

essere soddisfatti, e soltanto se siamo soddisfatti

possiamo godere di quello che possediamo.

Per cui abbiamo imparato che la felicità arriva soltanto

quando avremo completato quel che ci manca…

E dato che ci manca sempre qualcosa, si ricomincia

daccapo e non riusciamo mai a goderci la vita…

Ma che cosa succederebbe

Se l’illuminazione accendesse le nostre vite

E ci rendessimo conto, così di colpo,

che le nostre novantanove monete

sono il cento per cento del tesoro.

E che non ci manca nulla,

nessuno ci ha portato via nulla,

il numero cento non è più rotondo

del novantanove. È soltanto un tranello, una carota che ci hanno messo davanti al naso per renderci stupidi, per farci tirare il carretto,  stanchi, di malumore, infelici e rassegnati.

Un tranello per non farci mai smettere di spingere

E tutto sarà sempre uguale.

Eternamente uguale!

Quante cose cambierebbero, Se potessimo goderci, I nostri tesori così come sono.

Ma attenzione, Demián. Riconoscere che nel

novantanove sta racchiuso un tesoro, non significa che tu

debba abbandonare i tuoi obiettivi. Non vuol dire che

debba accettare supinamente qualunque cosa.

Perché un conto è accettare, un conto è rassegnarsi.

Siamo Esseri Buffi.

Pillole di Semplice Felicità di Nofrius

l’Ottimismo Futuribile

E’ meglio essere ottimisti ed avere torto piuttosto che pessimisti ed avere ragione.

(Albert Einstein )

L’Ottimismo Futuribile

Mi Piace Raccontatela Giusta

Quante volte abbiamo paura degli eventi futuri che poi non si verificano ?

Quante volte abbiamo paura di cose che sembrano peggiorare

il nostro stato, ma poi non lo  fanno ?

Quante volte abbiamo paura per cose che non esistono

in altro luogo che nella nostra mente, che incessantemente mente ?

Come quando si teme il lunedì già dalla domenica sera,

e non ci si gode la giornata libera.

Come quando scopriamo che e’ finito e’ chiuso il nostro fast food preferito,

e ne troviamo un’altro nuovo ed interessante .

Come quando un piccolo contrattempo al posto di farci arrivare in ritardo

ci fa fare un incontro piacevole.

Un piccolo avvenimento domestico, come accorgersi che è finita

la schiuma da barba, proprio quando è ora di raderla, ad esempio,

può scatenare, in un soggetto ansioso, un panico o una rabbia esagerata !

Magari poi, dopo essersi immaginati dissanguati o sfigurati  🙂 a causa

della mancanza di emoliente, si pensa che un semplice sapone

possa essere un buon sostituto.

Dopo aver fatto la barba si nota che il risultato e’ sicuramente migliore

di quello previsto all’inizio! E senza traumi 🙂

Inserisci pure tu nei commenti il tuo esempio di un’evento

che si è rivelato migliore del previsto.Ti servirà !!!Credimi!!!

Perché quando penserai a queste “sorprese” positive, ti verranno in mente tanti esempi,e così facendo allenerai la mente a cercare cose positive!

Piccole cose, piccoli esempi.

Ma, d’altro canto cos’è la vita che non un’insieme di piccoli eventi quotidiani ?!

Esiste la possibilità  che le cose tendano ad andare verso il meglio

anche quando non sembra che sia cosi’.

Noi attiriamo quello a cui pensiamo, ma se stiamo attenti alle “coincidenze” si possono osservare miglioramenti inaspettati.

Sarebbe bello essere convinti che tutto va per il meglio e tende a migliorare, vero ?

Allora perché non farlo ? Non ci sono controindicazioni, ma solo benefici.

Le paure sul futuro quasi sempre sono sopravvalutate e sbagliate

Quindi la prossima volta che ti trovi davanti ad un cambiamento

inatteso, prova a  credere che possa darti qualcosa di bello, anziché togliertelo !

La prossima volta che sei in aspetti il verificarsi di un’evento, cerca cosa di bello potrebbe darti, perché qualcosa la troverai comunque, e la paura di quella cosa,

difficilmente sara’ cosi’ brutta come la immaginavi.

Pensare che possa nascondere una cosa positiva male non farà .

L’Ottimismo futuribile e’ questo : pensare che il futuro sia positivo e

che riservi, meno male del previsto .

Se ti è piaciuto, anche solo un po’ 😉 questo articolo, clicca “mi piace” e racconta nei commenti il tuo esempio di Ottimismo Futuribile in azione.

 

Nofrius

Ricorda che tutto passerà

Salve Anima che leggi,

condivido con te questo bel Racconto tratto dal bellissimo libro di                      Jorge Bucay, “Lascia che ti Racconti: Storie per imparare vivere”.

Che la tua Luce sia ancora più in Luce.

 

Re che se la Racconta Giusta

 

Il re ciclotimico

Quando iniziai a parlare, mi accorsi di avere pigiato sul
pedale dell’acceleratore. Mi sentivo euforico. A mano a
mano che parlavo con Jorge, mi rendevo conto di tutte le
cose che avevo fatto durante la settimana.
Come mi era già successo, mi sentivo un Superman
trionfante, un innamorato della vita. Raccontavo al gordo
i miei progetti per i giorni successivi e mi sentivo carico
di forza e di energia.
Il gordo si sedette allegramente, aveva un’aria di
complicità.
Come sempre, avevo la sensazione che quell’uomo mi
accompagnasse in tutti in miei stati d’animo, di qualsiasi
tipo essi fossero. Condividere quell’allegria con Jorge era
un motivo di più per essere felice. Tutto mi riusciva bene
e non la smettevo di fare progetti. Non mi sarebbero
bastate due vite per portare a termine tutte le azioni che
volevo intraprendere.
«Ti racconto una storia?» disse.
Riconosco che dovetti fare uno sforzo, però tacqui.

C’era un volta un re molto potente che regnava in un paese lontano. Era un
buon re, ma aveva un problema: era un re con due personalità.
C’erano giorni in cui si svegliava esultante, euforico, felice. Fin dal mattino
quelle giornate gli parevano meravigliose. I giardini del suo palazzo gli
sembravano più belli. I servitori, per chissà quale fenomeno, diventavano
gentili ed efficienti. Durante la colazione ribadiva che nel suo regno si
producevano le migliori farine, e si raccoglievano i frutti migliori.
In quei giorni il re riduceva le imposte, distribuiva le ricchezze, concedeva
favori e legiferava per la pace e il benessere degli anziani. In quei giorni il
re soddisfaceva tutte le richieste che gli venivano rivolte da sudditi e amici.
Ma purtroppo esistevano anche giorni diversi.
Erano le giornate nere. Già al mattino si rendeva conto che avrebbe voluto
dormire un po’ di più. Ma quando se ne accorgeva ormai era troppo tardi e
il sonno se n’era andato. Per quanti sforzi facesse, non riusciva a capire
come mai i suoi servitori fossero così di cattivo umore, e non lo riverissero
come si deve. Il sole gli dava ancora più fastidio della pioggia. Il cibo era
tiepido e il caffè troppo freddo. L’idea di ricevere visite nel suo gabinetto
gli dava il mal di testa.
In quei giorni, il re pensava agli impegni presi in altri tempi ed era
spaventato al pensiero di doverli mantenere. Erano i giorni in cui il re
aumentava le imposte, confiscava terreni, imprigionava gli oppositori…
Timoroso del presente e del futuro, perseguitato dagli errori del passato, in
quei giorni legiferava contro il suo popolo e la parola che usava di più era
«no».
Consapevole dei problemi occasionati dai suoi cambiamenti d’umore, il re
convocò tutti i sapienti, i maghi e i consiglieri del regno.
«Signori» disse loro «tutti conoscete i miei mutamenti d’animo. Tutti hanno
tratto beneficio dalle mie crisi euforiche e hanno dovuto subire le mie ire.
Ma chi soffre di più sono io, perché ogni giorno devo disfare quello che ho
fatto in un altro momento, quando vedevo le cose in un modo diverso.
Signori, ho bisogno che lavoriate insieme per trovare un rimedio, sia
bevanda sia formula magica, che mi impedisca di essere così assurdamente
ottimista da non esser consapevole dei rischi, e così ridicolmente pessimista
da opprimere e danneggiare chi amo.»
I sapienti accettarono la sfida e per diverse settimane lavorarono al
problema del re. Eppure nessuna alchimia, nessuna stregoneria e nessun
tipo di erba riuscirono a dare una risposta al problema.
Allora i consiglieri si presentarono al cospetto del re e confessarono il loro
fallimento.

Quella notte il re pianse.
La mattina seguente, un bizzarro visitatore chiese udienza. Era uno strano
tipo dalla carnagione scura, e indossava una tunica logora che un tempo
doveva essere stata bianca.
«Maestà» disse l’uomo facendo una riverenza «nel luogo da dove provengo
si parla dei tuoi mali e del tuo dolore. Sono venuto qui a portarti il
rimedio.» E chinando la testa porse al re un cofanetto di cuoio. Il re,
sorpreso e speranzoso, lo aprì e frugò nel cofanetto. Dentro c’era soltanto
un anello d’argento. «Grazie» disse il re in preda all’entusiasmo. «È un
anello magico?»
«Certamente» rispose il viaggiatore «ma non basta portarlo al dito perché la
sua magia faccia effetto… Ogni mattina, quando ti alzi, dovrai leggere
l’iscrizione incisa sull’anello, e ricordare quelle parole ogni volta che vedrai
l’anello al tuo dito.»
Il re prese l’anello e lesse ad alta voce:
«Devi sapere che anche questo passerà».

Quanto siamo Esseri Buffi quando crediamo che ogni cosa sia permanente e definitiva?