Elementi Essenziali per la Semplice Felicità

Buongiorno!

Stamattina Nettuno(acqua), sta accogliendo Gaia(terra), sotto il Sole(fuoco), spinto dal vento(aria).

Gli elementi essenziali sono tutti presenti.
Buona giornata con elementare ed essenziale Semplice Felicità!

Mare e terra, Nettuno e Gaia. Nofrius

Il giro dei 99: rincorriamo sempre qualcosa che abbiamo già a sufficienza

Condivido questa bella scoperta tratta dal libro di JORGE BUCAY
LASCIA CHE TI RACCONTI: Storie per imparare a vivere. Edito Bur.Rizzoli

Il giro del novantanove

 

«Perché, gordo? Perché non si può mai stare tranquilli?»

«Eh?»

«Sì, a volte ci penso. Il rapporto con Gabriela va

benissimo, molto meglio che in altri tempi, ma non è mai

come vorrei. Non lo so. Manca di fuoco, di passione o

divertimento. In università succede qualcosa di analogo:

vado a lezione, imparo, mi presento agli esami e li

supero. Ma non è completo. Sento che mi manca la

soddisfazione, il piacere quotidiano di sapere che studio

quello che mi piace. E lo stesso mi succede sul lavoro. Ci

sto bene e mi pagano un buon stipendio, ma non quanto

vorrei guadagnare.»

«E ti succede sempre così?»

«Mi pare di sì. Non posso mai tirare il fiato e dire, be’,

adesso sì, va tutto bene. Mi succede lo stesso con mio

fratello, con gli amici, con i soldi, con le mie condizioni

fisiche… Con tutto quello che mi interessa.»

«Qualche settimana fa, quando eri preoccupato per la

situazione a casa tua, non ti succedeva lo stesso?»

«Credo di sì, ma c’erano preoccupazioni più grandi che

nascondevano questi problemi. Il problema di oggi in un

certo senso è un “lusso”, è quello che darebbe un senso di

pienezza a tutto quanto.»

«Insomma, la tua preoccupazione comincia quando i

grandi problemi spariscono.»

«Proprio così.»

«Il che vuol dire che questo problema si presenta

quando non hai problemi.»

«Che cosa?»

«Certo, quando le cose vanno meglio.»

«Be’… sì.»

«Dimmi, Demián, come ti senti ad ammettere che hai

un problema che si presenta soltanto quando le cose

vanno meglio?»

«Mi sento uno stupido.»

«Le cose sono come sono» disse il gordo. «È da tanto

che non ti racconto una storia di re.»

«È vero.»

«C’era una volta un re, diciamo, classico.»

«Che cos’è un re classico?»

«Un re classico, in una storia, è un re molto potente, che

ha una grande fortuna, un bel palazzo, cibi succulenti a

disposizione, belle mogli e possibilità di fare tutto quel

che gli garba. Eppure non è felice.»

«Ah…»

«E più la storia è classica, più il re è infelice.»

«E questo re… quanto era classico?»

«Molto classico.»

«Poverino.»

C’era una volta un re molto triste che aveva un servo, e questo servo, come

ogni servo di re triste, era molto felice.

Ogni mattina svegliava il re e gli portava la colazione canticchiando allegre

canzoncine dei trovatori. Aveva sempre un grande sorriso sul volto disteso,

e nei confronti della vita un atteggiamento sereno e felice.

Un giorno il re lo fece chiamare.

«Paggio» disse «qual è il tuo segreto?»

«Quale segreto, maestà?»

«Qual è il segreto della tua allegria?»

«Non c’è nessun segreto, maestà.»

«Non mentire, paggio. Ho fatto tagliare teste per offese meno gravi di una

menzogna.»

«Non vi sto mentendo, maestà. Non ho nessun segreto.»

«Perché sei sempre felice e allegro? Eh? Perché?»

«Signore, non ho motivo di essere triste. La vostra maestà mi onora

consentendomi di servirvi. Con mia moglie e i miei figli vivo nella casa che

ci è stata assegnata dalla corte. Ci forniscono cibo e vestiti e inoltre la

vostra maestà ogni tanto mi premia con qualche moneta e possiamo levarci

qualche capriccio. Come potrei non essere felice?»

«Se non mi dici subito il tuo segreto, ti farò decapitare seduta stante» disse

il re. «Nessuno può essere felice per le ragioni che hai detto.»

«Ma maestà, non c’è nessun segreto. Desidero soltanto compiacervi, non vi

sto nascondendo nulla.»

«Va’ via, va’ via prima che chiami il boia!»

Il servitore sorrise, fece una riverenza e uscì dalla stanza.

Il re era come impazzito. Non riusciva a spiegarsi per quale motivo quel

paggio fosse così felice vivendo di cose prese in prestito, indossando vestiti

dismessi e nutrendosi degli avanzi dei cortigiani.

Quando riuscì a calmarsi, chiamò il consigliere più saggio e gli raccontò la

conversazione di quella mattina.

«Perché quell’uomo è felice?»

«Ah, maestà, il fatto è che lui è fuori dal giro.»

«Fuori dal giro?»

«Esatto.»

«E questo lo rende felice?»

«No, signore. Questo non lo rende infelice.»

«Vediamo se ho capito. Stare nel giro ti rende infelice?»

«Esatto.»

«E lui non è dentro al giro.»

«Esatto.»

«E come ha fatto a uscire?»

«Non è mai entrato.»

«Ma di che giro si tratta?»

«Il giro del novantanove.»

«Non ci capisco niente davvero.»

«Potrai capirlo soltanto se lasci che te lo dimostri con i fatti.»

«E come?»

«Facendo entrare il tuo paggio nel giro.»

«Sì, costringiamolo a entrare.»

«No, maestà. Nessuno può essere costretto a entrare nel giro.»

«Allora dovremo tendergli un tranello.»

«Non ce n’è bisogno, maestà. Se gli diamo l’opportunità, ci entrerà da

solo.»

«Ma lui non si renderà conto che diventerà una persona infelice?»

«Sì, se ne renderà conto.»

«Allora non ci entrerà.»

«Non potrà evitarlo.»

«Dici che si rende conto dell’infelicità che proverà entrando in quel ridicolo

giro e ciononostante lo farà e non potrà più uscirne?»

«Esatto, maestà. Sei disposto a perdere un eccellente servitore per poter

capire la struttura del giro?»

«Sì.»

«Molto bene. Stanotte verrò a prenderti. Devi avere preparato una borsa di

cuoio con dentro novantanove monete d’oro. Non una di più né una di

meno.»

«Che altro? Devo portarmi dietro anche le guardie?»

«Soltanto la borsa di cuoio. Ci vediamo stanotte, maestà.»

«Ci vediamo stanotte.»

Così fu. Quella notte il saggio andò a prendere il re. Insieme scesero di

nascosto nei cortili del palazzo e si nascosero vicino alla casa del paggio. E

lì attesero l’alba.

Nella casa si accese la prima candela. Il saggio legò alla borsa di cuoio un

foglietto con un messaggio che diceva:

Questo tesoro è tuo.

È il premio

Per essere un brav’uomo.

Goditelo

E non dire a nessuno

Come lo hai trovato.

Poi legò la borsa alla porta della casa del servo, bussò e tornò a nascondersi.

Quando il paggio uscì, il saggio e il re spiarono le sue mosse da dietro a un

cespuglio.

Il servitore aprì la borsa, lesse il messaggio, agitò il sacco e, sentendo il

suono metallico provenire dall’interno, venne percorso da un brivido,

strinse il tesoro contro il petto, si guardò intorno per controllare che

nessuno lo osservasse e rientrò in casa. Dall’esterno si sentì che il

domestico stava sbarrando la porta, e i due spioni si affacciarono alla

finestra per osservare la scena.

Il domestico aveva buttato per terra tutto quello che c’era sopra il tavolo,

tranne una candela. Si era seduto e aveva svuotato il contenuto della borsa.

I suoi occhi non credevano a quello che stavano vedendo.

Era una montagna di monete d’oro!

Lui che non ne aveva mai toccata nessuna, adesso ne aveva un’intera

montagna a sua disposizione.

Il paggio le maneggiava tutte e le ammucchiava. Le accarezzava e faceva in

modo che la luce della candela le facesse risplendere. Le metteva insieme e

le sparpagliava di nuovo, facendone tanti mucchietti. E così, a forza di

giocherellare, cominciò a fare dei mucchietti di dieci monete. Un

mucchietto di dieci, due mucchietti di dieci, tre mucchietti, quattro, cinque,

sei… E intanto faceva le somme: dieci, venti, trenta, quaranta, cinquanta,

sessanta… Fino a formare l’ultimo mucchietto… ed era di nove monete!

Dapprima indugiò con lo sguardo sopra il tavolo, alla ricerca della moneta

mancante. Poi guardò per terra e alla fine la borsa.

«Non è possibile» pensò. Accostò l’ultimo mucchietto a tutti gli altri e vide

che era più basso.

«Sono stato derubato!» gridò. «Sono stato derubato! Maledetti!»

Cercò di nuovo sopra il tavolo, per terra, nella borsa, tra i vestiti, nelle

tasche, sotto ai mobili… Ma non trovò quello che cercava.

Sopra il tavolo, quasi a prendersi gioco di lui, un mucchietto di monete

splendenti gli ricordava che aveva novantanove monete d’oro. Soltanto

novantanove.

«Novantanove monete. Sono tanti soldi» pensò.

«Ma mi manca una moneta. Novantanove non è un numero completo»

pensava. «Cento è un numero completo, novantanove no.»

Il re e il suo consigliere guardavano dalla finestra. La faccia del paggio non

era più la stessa. Aveva la fronte corrugata e i lineamenti irrigiditi.

Stringeva gli occhi e la bocca gli si contraeva in una orribile smorfia,

mostrando i denti.

Il servitore rimise le monete nella borsa e, guardando a destra e a sinistra

per non farsi vedere da nessuno in casa, nascose la borsa in mezzo alla

legna. Poi prese carta e penna e si sedette per fare i conti. Per quanto tempo

avrebbe dovuto mettere da parte i risparmi per comprarsi la moneta numero

cento?

Il servo parlava da solo, ad alta voce.

Era disposto a lavorare sodo pur di ottenerla. Poi magari non avrebbe avuto

più bisogno di lavorare. Con cento monete d’oro un uomo può smettere di

lavorare.

Con cento monete un uomo è ricco.

Con cento monete si può vivere tranquilli.

Finì di fare i suoi conti. Se lavorava e metteva da parte il salario e qualche

extra che magari gli davano, nel giro di undici o dodici anni avrebbe avuto

il necessario per comprarsi un’altra moneta d’oro.

«Dodici anni sono tanto tempo» pensò.

Magari avrebbe potuto chiedere alla moglie di cercarsi un lavoro in paese

per un po’ di tempo. E dopotutto lui finiva il lavoro a palazzo alle cinque

del pomeriggio, per cui avrebbe potuto lavorare fino a sera e ricevere una

paga extra.

Fece i conti: sommando il suo lavoro in paese e quello della moglie, in sette

anni avrebbe potuto mettere insieme il denaro sufficiente.

Era troppo tempo!

Magari avrebbe potuto portare in paese il cibo che avanzavano ogni sera e

venderlo per poche monete. In effetti, meno mangiavano, più cibo

avrebbero potuto vendere.

Vendere, vendere…

Iniziava a fare caldo. Perché ci volevano tanti vestiti d’inverno? Perché

avere più di un paio di scarpe? Era un sacrificio. Ma con quattro anni di

sacrifici avrebbe guadagnato la sua moneta numero cento.

Il re e il saggio ritornarono a palazzo.

Il paggio era entrato nel giro del novantanove…

Nei mesi successivi il servitore seguì i suoi piani così come li aveva

concepiti quella notte. Una mattina, il paggio entrò nell’alcova reale

sbattendo la porta, brontolando e di malumore.

«Che cos’hai?» chiese il re con belle maniere.

«Non ho niente, non ho niente.»

«Prima, poco tempo fa, ridevi e cantavi sempre.»

«Faccio il mio lavoro, no? Che cosa pretende la vostra maestà? Pretende

che faccia anche il buffone e il trovatore?»

Non passò molto tempo che il re licenziò il servitore. Non era piacevole

avere un paggio sempre di cattivo umore.

«E oggi, mentre parlavamo, mi ricordavo della storia del

re e del servitore.

Tutti quanti, me e te compresi, siamo stati educati con

questa stupida ideologia. Ci manca sempre qualcosa per

essere soddisfatti, e soltanto se siamo soddisfatti

possiamo godere di quello che possediamo.

Per cui abbiamo imparato che la felicità arriva soltanto

quando avremo completato quel che ci manca…

E dato che ci manca sempre qualcosa, si ricomincia

daccapo e non riusciamo mai a goderci la vita…

Ma che cosa succederebbe

Se l’illuminazione accendesse le nostre vite

E ci rendessimo conto, così di colpo,

che le nostre novantanove monete

sono il cento per cento del tesoro.

E che non ci manca nulla,

nessuno ci ha portato via nulla,

il numero cento non è più rotondo

del novantanove. È soltanto un tranello, una carota che ci hanno messo davanti al naso per renderci stupidi, per farci tirare il carretto,  stanchi, di malumore, infelici e rassegnati.

Un tranello per non farci mai smettere di spingere

E tutto sarà sempre uguale.

Eternamente uguale!

Quante cose cambierebbero, Se potessimo goderci, I nostri tesori così come sono.

Ma attenzione, Demián. Riconoscere che nel

novantanove sta racchiuso un tesoro, non significa che tu

debba abbandonare i tuoi obiettivi. Non vuol dire che

debba accettare supinamente qualunque cosa.

Perché un conto è accettare, un conto è rassegnarsi.

Siamo Esseri Buffi.

Pillole di Semplice Felicità di Nofrius

Oggi posso. Ti voglio Bene!

Nettuno e Gaia due anime. Nofrius

 

 

 

 

 

 

Si, anche oggi posso. Anche oggi scelgo. Anche oggi dico grazie, e vado avanti. Anche oggi so, che qualcuno sarà Felice della mia Estemporanea Semplice Felicità. Anche oggi so che, invece, qualcuno colmo di invidia e di mancanza di gioia propria, condividere non potrà.

A te cara Anima che sbirci, vedi, critichi e non metti “mi piace”. A te che, nella Non Felicità in cui vivi per ora, emetti energie non funzionali e ombre, anziché luci.

A te. Sì, proprio a te, che pensi: “tanto per te è facile! Mentre io ho questo e quest’altro problema”
Proprio a te, ti dico: Ti voglio bene.


Una parte di me, ti manderebbe a quel paese, ma ora scelgo la mia parte migliore. E ti dico: Ti voglio bene!
Te lo dico perché ne hai necessità.


Così un po’ di Luce entra e magari riflette la tua.
Te lo dico perché, come dice Nofrius: Il Mondo ha bisogno di persone Felici, almeno così non rompono le scatole!


Saper Essere Felici delle Gioie altrui, è anche Semplice Felicità 

Nofrius

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